Agricoltura e tecnologia: sarà una stagione d’oro

Chi l’ha detto che nel mondo dell’agricoltura non c’è innovazione, che il contadino lavora solo con zappa e trattore? Anche il settore primario si affaccia verso il futuro. L’innovazione nella grande tradizione alimentare italiana e la ricerca applicata a questo settore sono infatti realtà.

Un esempio di tutto questo è l’azienda Bayer, azienda che ha appena annunciato di voler investire 25 miliardi di euro nei prossimi dieci anni per sviluppare strumenti al servizio di chi coltiva, offrirà un approfondimento sulle frontiere genetiche della coltivazione e le sperimentazioni già partite per garantire sostenibilità economica ed ambientale a un settore spesso ancorato all’ortodossia. “È momento d’oro per il trasferimento di nuove tecnologie in agricoltura: c’è una domanda ed inizia ad esserci una vera offerta di soluzioni accessibili su larga scala” spiega Roberto Confalonieri, docente all’Università La Statale di Milano e presidente di Cassandra Lab, spin-off dell’ateneo meneghino dedicato ai servizi digitali per la produzione agricola.

Diciannove coltivatori lombardi di riso oggi utilizzano una semplice app per ridurre la quantità di concime disperso in ambiente e risparmiare cifre interessanti. Il software è quello che potremmo chiamare un agronomo-bot e ha due componenti: un simulatore che suggerisce il momento migliore per concimare e un sistema per la diagnostica dello stato nutrizionale. L’integrazione delle immagini satellitari gratuite fornite dai satelliti Sentinel 2A e 2B dell’Agenzia Spaziale Europea dedicati al monitoraggio delle aree verdi con le misure effettuate in campo dagli agricoltori sfruttando sensori presenti in qualsiasi telefono permettono poi di selezionare sia le dosi che le piante che hanno bisogno di concime.

La seconda innovazione in agricoltura sono le tecniche di modificazione genetica: la cisgenesi e l’editing genomico. “Con la cisgenesi – spiega il docente di genetica all’Università di Udine, Michele Morgante – si inserisce un gene specifico nella pianta.  A differenza di quanto accade negli Ogm si tratta di un gene nativo, isolato dalla stessa specie e che assicura una modificazione analoga, ma più rapida, a quella che si potrebbe ottenere attraverso l’incrocio. Rispetto agli interventi classici di miglioramento, la cisgenesi consente di proteggere l’identità di alcune varietà tradizionali italiane come la vite e gli agrumi“. Diverso il discorso per il genome editing. “In questo caso si modifica una singola base del Dna della pianta in base alle esigenze. – conclude Morgante – L’editing genomico potrebbe permettere di rinnovare cultivar tradizionali rendendoli più tolleranti ai cambiamenti climatici e più resistenti a parassiti che prima non c’erano. Frutta e verdura ottenute con l’editing sono considerate Ogm dalla normativa europea, con costi per poterli portare in campo e in tavola che variano dai 30 ai 60 milioni di euro“.

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